venerdì 13 gennaio 2017

Debito pubblico e imposte

La citazione su Twitter di un brano del trattato di scienza delle finanze di Leroy-Beaulieu (fine XIX secolo), secondo cui il debito pubblico, nella misura in cui non è garantito da entrate demaniali (le “entrate originarie” della ormai residuale "finanza patrimoniale”) equivale a una anticipazione di tributi, ha innescato una sterile polemica basata sul seguente assunto: la drastica riduzione del rapporto debito/PIL riscontrabile in Paesi come l’Inghiliterra nel corso del XIX secolo, non sarebbe affatto imputabile a un aumento del gettito fiscale, bensì a un aumento del PIL.
Ora, in verità, l’andamento del rapporto debito/Pil non fornisce indicazioni decisive sulle variazioni dei due termini del rapporto; quest’ultimo può migliorare, anche in caso di aumento del debito, se vi è una crescita più che proporzionale del Pil, ma può migliorare anche per l’effetto combinato di un aumento del Pil e di una diminuzione del debito. In Inghilterra, proprio all’inizio del XIX secolo, venne introdotta l’imposta sul reddito, e in sua assenza lo stock di debito sarebbe aumentato di più o non sarebbe diminuito in pari misura.
Il punto vero, però, è che l’obiezione su riportata è indicativa della difficoltà di mantenere il discorso pubblico su binari di razionalità e coerenza, per la diffusa tendenza degli interlocutori a spostare continuamente il piano della discussione.
Che il debito pubblico rappresenti una causa di assorbimento del futuro gettito fiscale, resta infatti vero a prescindere dall’andamento del rapporto debito/Pil. Ogni ammontare di debito, piccolo o grande che sia, implica l’impiego di una parte del gettito tributario degli anni a venire (sempre che lo Stato non disponga di risorse demaniali con cui farvi fronte). E ciò non solo per l’eventualità di una riduzione dello stock del debito (che a torto viene da molti esclusa anche solo come ipotesi astratta, pare secondo una legge non scritta secondo cui il debito pubblico sarebbe sempre destinato a salire in valore assoluto), ma altresì per il pagamento degli interessi sul debito stesso.
L’affermazione di Leroy-Beaulieu è dunque ancora attuale: non c’è dubbio che nella sostenibilità dei conti pubblici rileva più il rapporto col Pil che la dimensione assoluta del debito, come pure che nella valutazione dell’efficacia delle politiche pubbliche rileva l’utilizzo a fini più o meno produttivi che verrà fatto con le risorse prelevate a debito. 
Non deve tuttavia essere dimenticato che le entrate pubbliche restano sempre quelle evocate all’inizio: le entrate "originarie” demaniali, e le entrate “derivate” di origine fiscale, tratte dalle ricchezze della collettività. Mentre il debito, appunto, non è altro che una anticipazione di queste ultime, che vengono con la sua accensione ipotecate in anticipo (senza che ciò implichi alcun giudizio di valore su questa scelta, che dipende da tanti fattori).
Rimane ovviamente, rispetto al XIX secolo in cui il corso forzoso e la moneta “legale” erano agli albori, l’ipotesi della monetizzazione del debito, prima o poi è destinata a tradursi in quella che molti definiscono “imposta da inflazione”. Ma questo rischia di accendere un’altra polemica, meglio fermarsi qui.

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