lunedì 19 dicembre 2016

Sull’evasione fiscale stiamo sempre al “bar dello sport"

Non so se i giornalisti italiani abbiano un problema a distinguere tra “reddito” e “capitale”, tra flussi e fondi: certo è che Eugenio Scalfari ha recentemente proposto un tributo “patrimoniale” sui redditi elevati (peraltro dall’importo abnorme e irrealizzabile), mentre il Corriere ha ieri pubblicato un articolo di Federico Fubini in cui l’autore azzarda una mappatura dell’evasione nelle Regioni italiane mettendo a confronto il numero delle "auto di lusso”, dal costo almeno pari a 100 mila euro, con quello delle dichiarazioni Irpef di poco superiori a tale soglia, concludendo che, nelle Regioni in cui si supera il rapporto di 1:1, lì si nasconderebbe anche l’evasione di massa “fra gli italiani più benestanti".
Peccato che un confronto del genere abbia assai poco senso, per una lunga serie di ragioni: anzitutto, se esiste certamente una qualche relazione tendenziale tra (ammontare dei) redditi  correnti e patrimoni posseduti, non si può certo confrontare, in modo tanto grossolano, una determinata categoria di cespiti patrimoniali aventi un certo valore (le autovetture), con i redditi dichiarati.  
Il patrimonio (in questo caso la parte investita nell’acquisto di autovetture) dipende infatti da molteplici fattori, nel cui ambito è difficile sceverare la quota attribuibile a redditi evasi. Può infatti trattarsi di beni acquistati attingendo a disponibilità patrimoniali preesistenti, a smobilizzi patrimoniali, a eredità e donazioni, a prestiti e finanziamenti contratti per l’acquisto del bene (si pensi ai leasing sulle autovetture). E i differenziali tra Regioni possono dipendere quindi dalla diversa mappatura dei patrimoni preesistenti (anziché dei redditi), nonché da una diversa propensione verso l’acquisto di determinati beni durevoli di consumo.
Un secondo ordine di ragioni attiene al carattere sottoinclusivo delle dichiarazioni Irpef, in cui, del tutto legalmente, non figurano moltissimi redditi da capitale (interessi, dividendi e plusvalenze su partecipazioni non qualificate, etc.), i redditi effettivi determinati catastalmente, le cedolari secche immobiliari, e così via. 
E ancora, anche nelle norme sull’accertamento tributario è stata recepita la regola di comune esperienza secondo cui un certo incremento patrimoniale (come quello per l’acquisto dell’autovettura) si considera in prima battuta finanziato - salva prova contraria da parte del contribuente - con redditi prodotti lungo un arco pluriennale: la previgente norma sull’accertamento sintetico, in base alla spesa (art. 38 Dpr 600/1973), presumeva ad esempio che l’incremento patrimoniale si fosse formato con i redditi degli ultimi cinque anni. Applicando questa regola, sancita per agevolare gli Uffici finanziari nella spalmatura a ritroso delle spese per incrementi patrimoniali, Fubini avrebbe dovuto considerare il numero di dichiarazioni superiori a 20, non già a 120 mila euro, e si sarebbe subito accorto del vicolo cieco in cui conduce la sua inchiesta.
Non resta invece che aspettarsi, a questo punto, un futuro scoop giornalistico, in cui saranno messi a confronto i valori medi delle abitazioni di cui gli italiani sono proprietari, con i redditi dagli stessi dichiarati, per concludere, finalmente, che “siamo tutti evasori”.

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